Il ruolo della selezione sessuale nella percezione della bellezza dei volti
L’attrattività dei volti come compromesso tra selezione naturale e sessuale, giustifica la spinta biologica di attrazione per strutture fenotipiche esasperate

Un approccio biologico-evolutivo al tema dell’attrattività dei volti riconosce nei meccanismi sottesi alla percezione della bellezza una funzione adattativa, che fa perno sulla relazione con i processi che regolano la selezione sessuale. Secondo una tradizione scientifico-letteraria inaugurata da Wallace (1889), i tratti fenotipici che vengono selezionati, generazione dopo generazione, poiché risultati vincenti nella competizione naturale ed ambientale, sono importanti indicatori della qualità genotipica dei propri portatori, anche quando costituiscono per questi ultimi evidenti handicaps, in termini di sopravvivenza e successo riproduttivo. Tale modello, detto
auto-impedimento (self-handicapping), delineato nei suoi aspetti principali da Zahavi (1975), suggerisce che le caratteristiche che vengono premiate attraverso le scelte operate dai partners della stessa specie, sottendono un valore biologicamente rilevante: gli individui che dimostrano di essere in grado di sopravvivere e trasmettere i propri geni, nonostante lo svantaggio derivante dalla presenza di tali handicaps, devono possedere abilità fisiche ed intellettive compensatorie, in grado di “giustificare” il perpetuarsi di queste stesse caratteristiche. In contrapposizione a tale approccio analitico, il run-away model, di stampo fisheriano (Fisher, 1915), riconduce, invece, l’espressione delle preferenze del partner a fluttuazioni casuali che, solo in un secondo momento, acquistano un significato in termini di vantaggio biologico.

A fungere da filo conduttore ad ambedue i modelli interpretativi si trova l’ipotesi dell’esistenza di un forte dimorfismo sessuale, che fa da sfondo ai meccanismi che governano la selezione sessuale. In particolare, il rapporto tra esibizioni culturali e scelte sessuali, nell’analisi interpretativa fornita da Miller (2000), risulta fortemente sbilanciato: in un’intrigante riproduzione naturale del rapporto biologico tra ovulo e spermatozoo, mentre le femmine si dimostrano più selettive nello scegliere i propri partners sessuali (gli ovuli sono sempre di numero infinitamente inferiore rispetto agli spermatozoi), sono i maschi a mettersi maggiormente in mostra, attraverso esibizioni culturali di abilità che ne rivelano l’adattabilità rispetto all’ambiente circostante. L’intuizione dell’importanza del ruolo femminile nella scelta del partner, a lungo rifiutata dai biologi della tradizione vittoriana, affonda le proprie radici nel cosiddetto peacock effect, meccanismo alla base della selezione sessuale, che fa perno sulla capacità biologicamente ereditata e trasmissibile della femmina di scegliere di accoppiarsi con il maschio della stessa specie dotato di quelle abilità che favoriscono la sopravvivenza e sono il prodotto, pertanto, della selezione naturale. Ciò consente alla femmina di trasmettere alle generazioni successive quel particolare gruppo di geni che sottostanno ai tratti esibiti attraverso i comportamenti culturali. A loro volta, con una sorta di meccanismo a ping-pong, quegli stessi geni, che vengono selezionati sessualmente, suggeriscono ai loro portatori maschi di esibirli nello spettacolo artistico già premiato dalla selezione naturale.

Una terza, e forse maggiormente condivisa, proposta analitica, che affonda le proprie radici nel modello parassitario della selezione sessuale (parasite model) proposto da Hamilton e Zuck (1982), muove dall’assunto centrale secondo cui l’evoluzione ha favorito una ricerca del partner guidata dall’attrazione per caratteristiche fenotipiche che indicano l’assenza di patologie parassitarie e, per estensione, la resistenza alle infezioni batteriche e virali. Thornhill e Gangestad (1993), più recentemente, hanno proposto di estendere l’ambito di influenza della teoria dei “buoni geni” (good-genes theory) all’attrattività dei volti umani, evidenziando diversi meccanismi che segnalano una positiva correlazione tra bellezza e salute, quali l’eterozigotismo complementare, in cui cioè i due diversi corredi genetici si completano vicendevolmente, che favorisce un allineamento alle caratteristiche condivise dalla media della popolazione e, pertanto, garantisce una maggiore immunità batterica, e la simmetria facciale, indice di un sano sviluppo fenotipico e di fitness del portatore rispetto all’ambiente circostante. Numerosi studi hanno, infatti, dimostrato come una complementare disposizione genetica e un aspetto simmetrico del volto siano positivamente correlati con indici di attrattività facciale (Langlois and Roggman, 1990; Langlois et al., 1994; Grammer e Thornhill, 1994; Zebrowitz et al., 1996), anche in altre specie animali (Møller, 1992). Tuttavia, alcuni esperimenti condotti su campioni di individui caucasici appartenenti alla classe media statunitense, con riferimento allo stato di salute e alla condizione coniugale, non hanno evidenziato, diversamente dalle aspettative, una significativa e positiva corrispondenza tra salute e attrazione sessuale (Kalick et al., 1998). Sebbene tali ricerche fossero incentrate su parametri di controllo discutibili, quali la presenza o meno di vincoli matrimoniali e il numero di figli derivanti da tali unioni, piuttosto che far leva su criteri più oggettivi e indipendenti da specifiche abitudini culturali, come la fertilità e la quantità di aborti spontanei, al centro, ad esempio, dell’analisi di Symons (1979), tali esiti inattesi sembrano piuttosto dipendere da un processo di adattamento progressivo alle dinamiche e ai contesti socio-ambientali. Gangestad e Buss (!993) hanno, infatti, stabilito come una notevole importanza venga attribuita al binomio salute-potenzialità d’attrazione dei volti in quelle popolazioni del mondo più esposte ad un tasso di mortalità derivante da affezioni patogene.

All’interno di questa complessa cornice tematica trova spazio la diatriba contemporanea tra i sostenitori della cosiddetta “averageness theory”, che risentono maggiormente del retaggio kantiano, secondo i quali i volti più attraenti rappresentano l’orientamento centrale della popolazione e costituiscono esempi migliori, maggiormente prototipici di volti e vengono, pertanto, preferiti, e coloro che, riferendosi ad un modello definibile “outstanding attractiveness theory” riconducono la bellezza al consenso generale e transculturale del ritenere più attraenti versioni femminilizzate di volti comuni. A fungere da filo conduttore di tale dibattito si trova l’intuizione secondo cui i parametri di riferimento del senso estetico non sono culturalmente specifici e non vengono gradualmente appresi sulla base dell’esposizione alla pressione esercitata dai media, ma costituiscono invece, nei loro aspetti più generali ed ancestrali, parte integrante del patrimonio biologico di ciascun individuo (Bernstein et al., 1982; Cunningham, 1986; Richardson et al., 1961). I dati derivanti da numerosi esperimenti comparativi suggeriscono, infatti, che, seppur etnicamente diversi, in quanto prodotti dell’adattamento alle varie esigenze climatiche e sociali, i volti umani condividono caratteristiche strutturali comuni (Langlois e Roggman, 1990). Inoltre, a partire dal fatto che bambini dai 3 ai 6 mesi di vita mostrano di preferire, sulla base del grado di attenzione prestato, volti giudicati precedentemente attraenti da campioni di individui adulti, Langlois e Roggman (1990) ipotizzano la presenza di dimensioni di giudizio universali e sovraculturali sulle caratteristiche che definiscono l’attrattività dei volti, condivisi da neonati, bambini ed adulti. Ma cosa rende un volto attraente e, in ultima analisi, cosa si intende per attrattività? È intorno a tale interrogativo che si struttura il dibattito tra le due correnti di pensiero.Nell’articolo, dall’emblematico e provocatorio titolo Attractive Faces are Only Average, da cui prende le mosse tale confronto dialettico, Langlois e Roggman (1990), al fine di sostenere la propria tesi, stabiliscono un rapporto di interdipendenza tra attrattività e prototipicità. Infatti, a partire dal fatto che un volto maggiormente prototipico consente un processo di più facile riconoscimento, in quanto migliore esempio della categoria cui appartiene (ovvero quella dei volti umani), e che i bambini dimostrano un maggiore interesse verso volti per un verso più prototipici e per un altro più attraenti, dimostrano che il potenziale di attrattività relativo alla fisionomia facciale è strettamente correlato alla prototipicità stessa. L’idea di fondo è che, diversamente dalla comune credenza, i meccanismi che determinano l’attrazione verso caratteristiche fenotipiche non sono parte del bagaglio culturale, prodotto di condizioni sociali e di norme tribali: i bambini, che dimostrano di possedere già tali sistemi di giudizio, e le numerose popolazioni aborigene, che vivono lontane dal campo di azione delle strategie di marketing e che, ciò nonostante, condividono con le altre culture i più generali criteri di valutazione ed apprezzamento estetico, sono stati sottoposti solo ad una minima esposizione agli standards fisionomici dettati dall’influenza mediatica (Johnston e Franklin, 1993); si tratta, piuttosto, del risultato di processi cognitivi di prototipizzazione di stimoli complessi (Rubenstein et al. 1999; Rhodes e Tremewan, 1996). Nell’esperimento da loro proposto, che si serve di un programma di metamorfosi informatica che garantisce un matematico livellamento alla media (averaging process) delle caratteristiche fisionomiche, un campione di 192 foto (di cui 96 maschili) digitalizzate e selezionate casualmente da un pool di 550 immagini di soggetti caucasici, ispanici e asiatici (di cui 336 maschi), suddivise in tre sets da 32 foto ciascuno, vengono messe a confronto con delle immagini che riflettono la media dei tratti rappresentati, poiché create computazionalmente come composites di quelle precedentemente caricate nel sistema e vengono giudicate da un gruppo di 300 studenti di psicologia. Ne derivano, così, tre diverse comparazioni per ogni sesso: i tre sets di 32-16 e 8 volti individuali vengono confrontati con i tre composites da essi derivanti. I risultati sembrano essere coerenti con le aspettative: delle 192 foto di volti solo sette (di cui 3 maschili) immagini individuali risultano significativamente più attraenti rispetto ai loro corrispondenti composites. Allo stesso modo, altri studi condotti con analoghe metodologie e modalità (Rubenstein et al., 1999; Rhodes e Tremewan, 1996; Valentine et al., 2004; etc.), con lo scopo di confermare le scoperte di Langlois e Roggman (1990), dimostrano che i volti le cui caratteristiche vengono smussate e matematicamente uniformate alla media, con l’affinamento delle tecniche di utilizzo, in grado di offrire un aspetto naturale e non chimerico, che invece avevano condotto al fallimento di alcuni esperimenti sulla simmetria fondati sulla speculare riproduzione della metà del volto raffigurato (Kowner, 1996; Langlois et al., 1994; Samuels et al., 1994), vengono giudicati più attraenti di quasi tutte le immagini di facce individuali. Sulla base di un’argomentazione, almeno apparentemente, circolare un ulteriore aspetto a favore della tesi che riconduce la bellezza alle caratteristiche che, in media, si possono riscontrare in un volto, suggerisce che i volti maggiormente prototipici, e pertanto più attraenti, sono più facili da classificare per genere (Hoss et al. 2005; Johnstone e Ellis, 1995). In altri termini, le caratteristiche fisionomiche che consentono una più rapida identificazione per sesso, sono giudicate, in un secondo momento, anche le più attraenti (O’Toole et al., 1998). Così, i volti considerati più belli non piacciono soltanto perché costituiscono esempi migliori della categoria cui appartengono, ma anche perché richiedono meno tempo di processamento e maggiore facilità ad assolvere compiti di categorizzazione per genere (Hoss et al., 2005). Di contro, alcuni studi dimostrano che facce dall’aspetto caricaturale sono più facili da riconoscere rispetto ai corrispondenti veridici (Lee e Perrett, 2000), ma tali aspetti distintivi risultano negativamente correlati con l’attrattività (Rhodes et al., 1999).

L’intuizione che si trova alla base della averageness hypothesis, secondo cui è la capacità di categorizzazione e prototipizzazione a fungere da fondamento per lo sviluppo delle innate potenzialità di espressione del giudizio estetico, impone il ricercare la presenza, in nuce, di tale competenza nei circuiti cerebrali infantili. Per questo motivo, numerosi sono gli studi che propongono esperimenti, con piccole variazioni e riadattamenti rispetto a quello sopra descritto, volti ad indagare le predisposizioni cognitive che consentono a neonati, bambini ed adolescenti di astrarre prototipi da campioni di stimoli individuali (Rubenstein et al., 1999; Turati et al., 2006; Hoss et al., 2005, etc.). Tuttavia, a causa della giovane età dei soggetti testati e dell’incompatibilità degli strumenti utilizzati in rapporto a quest’ultima, risulta molto difficile, a mio avviso, valutare la coerenza dei risultati. In particolare, non è ancora del tutto chiaro il significato che si vuole attribuire all’attenzione prestata dai bambini: alcuni studiosi imputano, infatti, la più prolungata osservazione infantile dell’immagine ad una maggiore espressione di apprezzamento della stessa (Rubenstein et al., 1999; etc.), mentre altri la riconducono, più semplicemente, alla dimostrazione di attrazione per la novità (Turati et al., 2006; etc.).

Con l’obiettivo di sostenere l’ipotesi secondo cui i volti più attraenti sono quelli che esibiscono caratteristiche maggiormente condivise, Rubenstein e altri (1999) propongono alcuni parallelismi analitici con altri studi condotti all’interno di domini diversi. È stato dimostrato, infatti, che esempi prototipici di categorie cromatiche (Martindale e Moore, 1988), di oggetti familiari (Whitfield e Slatter, 1979) e di accordi musicali (Smith e Melara, 1990), sono generalmente più apprezzati rispetto a corrispettivi campioni meno prototipici. Tuttavia, le reazioni comportamentali relative alle classi di oggetti sopra citati possono essere imputate ad abitudini socio-culturali, che comportano, per un verso, un più alto grado di apprezzamento per stimoli meno complessi e, pertanto, più facili da processare, e per un altro, lo svilupparsi di un effetto di adattamento all’esposizione allo stesso stimolo (è il caso degli esperti nel settore) che implica, invece, la ricerca di input più articolati ed eterogenei (Reber et al., 2004). Difficile pensare che lo stesso accada per la categoria dei volti, rispetto alla quale tutti, in quanto appartenenti alla stessa specie, possiamo definirci esperti, non solo perché esistono specifici e innati meccanismi alla base del riconoscimento facciale, persino di specie diverse (Pascalis et al., 2005), ma anche perché, in un’ottica socio-ambientale, siamo stati sottoposti a innumerevoli esposizioni a tali stimoli. Inoltre, ciò non implica soltanto uno slittamento percettivo e di giudizio da una forma di livellamento alla media più ristretta (basata su un numero inferiore di input cui si è stati sottoposti) ad una più ampia, ma pur sempre prototipica, come suggerito da Rubenstein e altri (1999), perché tale posizione argomentativa non tiene conto del rapporto tra processi che governano l’attrazione e meccanismi che guidano la selezione sessuale, tra apprezzamento estetico e fluttuazioni dei livelli ormonali.


Sul versante opposto, i sostenitori dell’
outstanding attractiveness hypothesis, riconducono al consenso transculturale (con particolare riferimento a campioni caucasici e nipponici) nell’espressione di preferenza per volti femminilizzati del 50%, attraverso l’uso di tecniche di computer-grafica, rispetto a fotografie di individui dello stesso sesso trasformate, sulla base di rimescolamenti digitali, in volti nella media (corrispondenti ad uno 0% nella scala di metamorfosi dimorfica) e mascolinizzati del 50%, l’argomento in grado di rifiutare l’averageness hypothesis (Perrett et al., 1998). In questo caso gli aspetti che determinano l’attrattività facciale vengono identificati, sulla base di specifiche misurazioni dimensionali, con le caratteristiche che rendono un volto più femminile. Inoltre, ad un maggiore restringimento etnografico dell’indagine corrisponde un più alto grado di apprezzamento per volti femminilizzati e, più in generale, sensibilità al dimorfismo sessuale, il che dimostra come gli indici di attrazione vengano, in parte, appresi in quanto adattamento all’ambiente circostante, frutto di un incremento dell’esposizione a quella specifica popolazione, anche se, in ultima analisi, condividono al livello sovraculturale analogie profonde. Aspetto centrale di questo e di altri studi simili (Perrett et al., 1994; Johnston e Franklin, 1993; Hoss et al., 2005) concerne la preferenza espressa per i volti maschili. Infatti, nonostante l’evidente distanza concettuale, le due ipotesi analitiche (averageness e outstanding) sembrano concordare su un dato rilevante: l’estremizzazione dimorfica tra i generi dei tratti fenotipici funge da indicatore di caratteristiche che appaiono vantaggiose (quali la fertilità per la donna e il potenziale dominante per l’uomo); tuttavia, gli aspetti più mascolini sono anche associati a sfumature della personalità giudicate negativamente. In particolare un alto livello di testosterone sembra essere sinonimo di instabilità nel costruire relazioni e ciò spiega perché, sia dagli studi di Hoss e altri (2005) che da quelli di Perrett (1998) emerga una forte preferenza femminile per i volti maschili maggiormente estrogenici.


Tuttavia, prendendo le mosse da una prospettiva rigidamente evolutiva e che, in particolare, fa perno sui meccanismi della selezione sessuale, è necessario attribuire un maggior peso al rapporto tra il giudizio, distinto per genere, e i livelli ormonali dei soggetti testati. Nonostante, infatti, si manifesti un’incongruenza nella letteratura (Perrett et al. 1998; Johnston et al. 2001), una preponderanza nei risultati suggerisce che, anche per quanto concerne il giudizio sui volti maschili, un più alto livello androgenico sembra raccogliere maggiore apprezzamento nella valutazione di relazioni e breve termine (Scheib et al., 1999; Johnston, 2000). Nello specifico, analisi condotte sulle preferenze femminili per volti del sesso opposto, tenendo conto delle fasi del periodo mestruale in cui le donne intervistate si trovano, registrano un forte sbilanciamento nelle opinioni espresse:
nel periodo più fertile tendono a preferire un partner dall’aspetto più mascolino, indice di qualità genotipica, e che maggiormente si adopera a mostrare le proprie abilità; viceversa, nelle fasi precedente e successiva all’ovulazione, la scelta ricade su partners dai tratti fenotipicamente (e quindi genotipicamente) meno attraenti ma che, proprio in virtù di tali caratteristiche, appaiono più affidabili per relazioni a lungo termine, che coinvolgono il sostentamento e l’accudimento della prole (Johnston and Franklin, 1993; Johnston, 1999 etc.). Quest’approccio strettamente biologico consente di chiarire aspetti lasciati insoluti da ricerche come quella condotta da Hoss e altri (2005). In particolare, in questo studio, volto a chiarire la rapidità nella classificazione di volti maschili e femminili da parte di campioni di adulti e bambini, l’esperimento proposto prevede un confronto con quattro tipi di volti: bassa attrattività-bassa mascolinità/femminilità, bassa attrattività-alta mascolinità/femminilità, alta attrattività-bassa mascolinità/femminilità e alta attrattività-alta mascolinità/femminilità. A causa, però, di una elevata e positiva correlazione tra attrattività e femminilità/mascolinità, la ricerca non è in grado di fornire se non pochi esempi di volti con simili caratteristiche. Ciò sembra riportare all’interrogativo iniziale: se la bellezza facciale riflette un vantaggio adattativo, qual è la sua rilevanza funzionale, in termini di selezione sessuale? In quest’ottica i volti che esibiscono caratteristiche nella media sono certamente attraenti perché rispondono alle esigenze atte alla sopravvivenza nello specifico contesto in cui si sono selezionate. Si tratta di una sorta di compromesso tra selezione naturale, che impone la ricerca e il mantenimento di un equilibrio fondato su una minore variabilità genetica, e selezione sessuale, che, invece, premia il perpetuarsi di strutture fenotipiche che favoriscono il successo riproduttivo, in quanto indicatori di qualità genotipica, nonostante costituiscano, poiché collocate all’estremità dello spettro, una fonte di danno per il proprio portatore. Tuttavia, ad un livello transculturale, i volti più attraenti possiedono delle caratteristiche universali e non riconducibili alla media, perché esibiscono markers ormonali indici, nel caso femminile, di un più alto livello estrogenico (che si riflette, ad esempio, nella maggiore carnosità delle labbra) e di un più basso potenziale androgenico (dato da un’arcata mandibolare meno pronunciata e dalla dimensione più grande degli occhi) (Johnston e Franklin, 1993; Alley e Cunningham, 1991).


La ricerca sull’estetica dei volti umani non è certamente ancora completa e, al momento, si apre a nuove prospettive analitiche che riconducono al grado di esposizione androgenica nell’utero materno gli effetti di organizzazione strutturale che indirizzano le differenze individuali nelle preferenze estetiche tra maschi e femmine (Scarbrough e Johnston, 2005; Johnston, 2006). Ciò nonostante, la conoscenza attuale sull’argomento sostiene l’assunto che noi, esseri umani, possediamo una mente evolutasi in modo da generare sentimenti estetici volti a garantire la sopravvivenza dei nostri stessi geni.


Danae Crocchiola



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